Occhio Belva

1995

regia Enrico Casagrande

messa a fuoco Daniela Nicolò

con Giancarlo Bianchini, Enrico Casagrande, Nicola Fronzoni, Daniela Nicolò, Sabrina e Simona Palmieri, Monica Pratelli, David Zamagni

grafica del pavimento Francesca Riccioli

architetture mobili Arto Zat

entità sonore Claudio Bandello

suoni digitali Marco Montanari

super 8 Sistemi rudimentali con David Zamagni

fotografia Cristina Zamagni

super-tech Benedetto Lanfranco

sartoria Mirella Nicolò, Sabrina e Simona Palmieri, Monica Pratelli

relazioni interplanetarie Enrica Bartali

produzione Associazione Culturale “Opere dell’ingegno” (Rimini) – Interzona (Verona)

Occhio Belva remake

Interzona – Verona
nell’ambito del progetto Prototipo, 7/10 ottobre 99

regia Enrico Casagrande

messa a fuoco Daniela Nicolò

con Giancarlo Bianchini, Enrico Casagrande, Tommaso Maltoni , Daniela Nicolò, Cristina e Daniela Negrini, Monica Pratelli, David Zamagni

grafica del pavimento Francesco Riccioli

entità sonore Claudio Bandello – Marco Montanari – AzT

editing suono EnD

ufficio stampa Sandra Angelini

organizzazione Marco Galluzzi

Note di regia

“… ripartire da lì”: le ultime parole di Non-io di Samuel Beckett – affondare nel passato – Riavvio – azzerare ogni certezza – cercare il culmine nello Sguardo Indietro – là dove pensavi di non trovare più nulla – Sguardo Indietro-Sguardo Dentro – in memoria – giù – a precipizio – così rivive qualcosa di lontano – oscillando – senza inizio/senza fine – L’Occhio Belva, 1994/1999: remake.

… L’Occhio Belva nasce ad Interzona ed ogni successivo atto teatrale di MOTUS ne è rimasto impresso così come il circuito stampato su cui si muovevano gli attori è ancora tatuato sul pavimento della cella frigorifera…

– torno su quelle linee – a farmi abbagliare dalle luci pulsanti e dagli sguardi di ghiaccio – il tempo passa – scendo nello spazio di ciò che è già stato – tento il viaggio d’Orfeo – so di rischiare – so che potrei vedere il dissolvimento – il nulla – ci provo – non cerco il possesso – so di dover essere di nuovo posseduto –

… “Courage de Luxe” doveva intitolarsi l’evento di MOTUS prima di questa decisione radicale, ora è di Courage de Luxe che ci armiamo nel recuperare un evento che è grande atto d’amore per le liriche visive di Samuel Beckett…

– si tratta di rientrare nel loop – astrazione e geometrizzazione – i percorsi divengono linee – le pause punti – le dinamiche degli attori costrette nel circuito – a esperirne tutte le possibilità combinatorie – sempre alla ricerca di un possibile nuovo venuto” … venuto andato venuto andato nessuno venuto nessuno andato appena venuto appena venuto andato” – dove l’Imagination va immaginata morta – l’unico assoluto è il tempo che scorre – l’unico modo per sottrarsi al flusso temporale è – (come avrebbe detto Murphy) – “andar via da sé” – sedersi su una sedia dondolo e dondolare – rannicchiarsi all’ombra di una pietra – come Belaqua – l’indolente del Purgatorio dantesco –

La cella frigorifera di Interzona tornerà ad essere “Dimora con corpi” delle persecuzioni allucinatorie di ognuno, Bolgia, purgatorio beckettiano che non prelude ad alcun paradiso, “… dove la colpa consiste nel non sapere quale e la pena nel continuare a cercarla…”: l’Attore è ridotto ai minimi termini, estenuato da folli ed ironici rituali o ridicoli tentativi di sottomissione come nell’interminabile lista di vittime e carnefici di Come è.

– immersione e contrazione – nuovo punto zero – Riavvio – bufera fototermica – via ogni egocentrismo – via ogni ornamento – ogni inutile parola – solo Occhio ed Oggetto – Ecco, l’Immagine è Fatta, ora… “trovi un senso chi può”

Lo spettacolo

L’occhio Belva ha debuttato nel 1995 negli spazi dell’ex Stazione Frigorifera Specializzata di Verona gestita dall’Associazione Culturale INTERZONA. Nel 1999 in occasione del progetto Prototipo, Motus riallestisce lo spettacolo laddove era nato. Ma L’occhio Belva è stato replicato anche al Link di Bologna, occupando i due piani della struttura: il Sub-Link e la Stanza Bianca, appositamente imbiancata dal gruppo per l’evento ed illuminata interamente con lampade in lamiera autocostruite. Una diversa versione è stata presentata al Festival di Santarcangelo nel 1995 presso la Galleria D’Arte Contemporanea di Rimini, un enorme ex-ospedale di quattro piani. Lo spettacolo nasce come lavoro strettamente legato al luogo e muta a seconda degli spazi in cui viene successivamente allestito.

Nella sua prima versione lo spettacolo nasce da un lavoro di dieci giorni nell’ex cella frigorifera, un lavoro composto, attraverso un percorso itinerante, di installazioni sonore (con campane tubolari in alluminio e fotocellule) e visive (un loop in pellicola super 8 realizzato dalla stessa compagnia).
L’occhio Belva è ispirato all’ultima produzione letteraria, agli scritti sperimentali e agli esperimenti per la televisione inglese di Samuel Beckett.

L’interno di una cella frigorifera è pervasa da suoni che sembrano provenire dalle profondità della terra. Un crogiuolo di sacro e profano. Oscillazioni di corpi angelici si alternano a quelle di pesanti pietre. L’occhio di una videocamera si aggira all’interno delle fredde mura della cella. Uomini in tuta da operai, dedicandosi a una lenta spoliazione, sembrano compiere un magico rituale mentre le donne, nascoste dietro a una gelida colonna, ne osservano i movimenti. Si percepiscono le pulsioni, i respiri, gli affanni di questi corpi in bianco e nero. I gesti appaiono spogliati di emotività e pronti a dar vita a una coreografia congelata. Le azioni e le interazioni tra gli individui sono creati sulla base di contatti fisici e non di psicologismi. Gli incontri e gli scontri tra i corpi sono il motore delle relazioni.

Fin da questo primo spettacolo si percepisce una certa attenzione al pubblico che qui non si limita a fruire passivamente uno spettacolo teatrale, ma diviene parte attiva di una performance, responsabilizzato dalla possibilità di scegliere come, dove e quando assistere ad ogni singola azione che si sviluppa sulla scena. In una struttura circolare, ripetitiva ma in sé conclusa, gli attori hanno un senso solo attraverso contatti fisici istantanei, muti, esaltando il movimento come un ipertesto. Il voyeurismo, presente fin dai primi spettacoli di Motus, si fa concreto.

Daniela Nicolò, si aggira sulla scena con una telecamera super 8: blocca l’azione per le riprese.
In questo modo, l’occhio belva (come chiama Beckett l’occhio della telecamera, un occhio che si interpone tra attore e spettatore) o il terzo occhio (come “l’intruso” sempre presente nei dipinti di Francio Bacon) diviene uno strumento semiologico fondamentale, non solo presenza inquietante poiché estranea ma anche e soprattutto presenza spiazzante per la fruizione dello spettatore che mette in dubbio l’azione scenica alla quale sta assistendo. Finzione del teatro? Realtà della ripresa cinematografica? Esito finale dell’arte o fase preparatoria dell’arte?

Poco importa la verità, su tutto si esaspera il ritmo e la geometria, il corpo e il ghiaccio che si esibiscono sotto un occhio indecente e ferino, l’occhio belva.

©Donatella Discepoli
©ENDDNA

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