Visio Gloriosa

2000

regia Enrico Casagrande, Daniela Nicolò

con Vladimir Aleksic, Anna de Manincor, Dany Greggio, Catia Dalla Muta, Tommaso Maltoni, Cristina Negrini, Anna Rispoli, Damir Todorovic

macchine acquatiche Tommaso Maltoni e Luca Mazzali in collaborazione con Stephan Duve

campo scenico Enrico Casagrande, Daniela Nicolò

abiti Manuella Nisca Bonci, Olivia Spinelli

suoni Massimo Carozzi, Enrico Casagrande

fonica Carlo Bottos

logistica Roberta Celati

ufficio stampa e promozione Sandra Angelini

organizzazione Marco Galluzzi

una produzione Teatro di Roma e Motus

©Enrico Fedrigoli

Nel luglio 2000, al Teatro Argentina di Roma, viene presentato Visio Gloriosa, ultima produzione del gruppo che chiude il concorso “Sette spettacoli per un nuovo teatro italiano per il 2000”.
Lo spettacolo vede il pubblico collocato al centro dello spazio scenico su quaranta sedie girevoli per assistere ad un’azione teatrale che si sviluppa a 360 gradi. Il palcoscenico assume le sembianze di una mistica foresta tropicale eppure artificiale in cui svettano fontane d’acqua e specchi, lastre trasparenti e casse acustiche, voci microfonate e macchie sonore. Gli abitanti di questo luogo predominato dal verde (delle grandi piante e delle forti luci) sono attori e attrici a torso nudo che si fondono con la finta naturalezza degli artifici.

L’evento è ispirato all’estasi delle visioni di Maria Maddalena de’ Pazzi, mistica della fine del Cinquecento dalle profondissime intuizioni teologiche e spirituali, ma anche alle parole di Caterina da Siena e dalle poesie di Juan De La Cruz. Da questi testi Motus coglie la tensione tra un corpo fisico e pesante e il desiderio di farlo esplodere. Quasi un’anticipazione del “corpo senza organi” di Artaud, un corpo sempre stato oggetto di indagine per Motus, un corpo che viene celebrato e straziato, artificializzato e snaturalizzato.

Si torna, dopo Orpheus glance, all’incontro/scontro tra corpi, all’esasperata fisicità di Catrame, fatta di faticosi esercizi del corpo e strazianti sospiri della voce, sudori della pelle e ansimi della gola. Gli attori si insaponano il ventre, si leccano, corrono su veloci tapis roulant, si baciano, si sfuggono, si rincorrono, si schiacciano. Oltre la scena, calata nel verde, si scorgono le luci che illuminano i palchi del grande teatro, quasi come una decorazione natalizia. Donne seminude emettono parole e gorgoglii di fronte a un microfono, portando il corpo ad assumere pose innaturali e acrobatiche. False, artificiali. «Solo gioia!», «Please, silence!», «Fa che possa morire di una morte vivente!», «Gloriosa pena!» sono le frasi che vengono scandite a intervallare gli scrosci dell’acqua delle fontane. Ancora una volta ci si trova davanti a una particolare attenzione per la fruizione del pubblico che assiste alla performance su sedie girevoli, potendo scegliere l’angolazione prediletta. Con questo spettacolo pare che Motus sia tornato a un apparato iconografico e a un lavoro fisico simile a Catrame, pur affrontando ora la teatralità dello spettacolo, con l’esperienza drammaturgia dei progetti successivi.

presentazione a cura di Patrizia Bologna

Note di regia

“Non vi é santità senza una voluttà della sofferenza e senza una raffinatezza sospetta. La santità è una perversione senza uguali, un vizio del cielo… la chiesa e la teologia hanno assicurato a Dio un’ agonia duratura. Soltanto la mistica, di tanto in tanto, lo ha rianimato.”
E.M. Cioran

Visio Gloriosa è essenzialmente un percorso che forse mai troverà il punto conclusivo, anche per la natura stessa dei materiali di riferimento che sono in continua evoluzione ed arricchimento in base ai viaggi, agli incontri e soprattutto alle VISIONI… La visionarietà dell’evento è strettamente connessa alla nostra stessa capacità di calarci in una dimensione “visionaria ed allucinata”, alla nostra predisposizione a perdere i riferimenti temporali e spaziali per riuscire a concepire qualcosa che tende sempre all’”oltre”…

Visio Gloriosa nasce come evento circolare senza inizio e senza fine, senza possibilità di visione univoca, o frontale, andando ad infrangere ogni concezione canonica di tempo e sviluppo scenico. Non c’è tempo né conseguenza in Visio, tutto avviene, in flusso estenuante ed ostinato, gli attori paiono agire coralmente senza nulla concedere in realtà alle relazioni, che, se avvengono, sono solo necessarie alla fuoriuscita delle PAROLE…Parole, parole dell’estasi, parole pesanti e leggere, parole come aria soffiata come nuvole in viaggio, parole grondanti di sangue ed oscuri timori: parole di Maria Maddalena de Pazzi e Santa Caterina da Siena, che – come scrive il curatore del libro di Maria Maddalena, Giovanni Pozzi -:

” … sono assorbimenti repentini, alienazioni totali dal mondo circostante, visioni descritte nei particolari, voltate ai sensi allegorici, applicate a realtà terrene, motivate con elucubrazioni di raffinata astrattezza; sceneggiatura di fatti ultraterreni, svoltisi sulle soglie dei più alti cieli o nel fondo degli abissi infernali, intramezzate da danze, corse, agitazioni convulsive o rigidità corporee; e soprattutto lunghissimi eloqui, svolti ad alta voce, con parole veloci o scandite, sommesse od urlate, ininterrotte od intercalate da silenzi contemplativi…”

…Questo testo, come le poesie di Juan De la Cruz (curate da Giorgio Agamben) hanno in sé una ricchezza concettuale e fantasmatica enorme, sono labirinti, pozzi poetici in cui emerge essenzialmente tutta la tensione fra un corpo fisico e pesante ed il desiderio di farlo esplodere, di uscire da esso: sono anticipazioni della teoria del “corpo senza organi” di Artaud che sempre ha condizionato il nostro pensiero sull’ attore ed il teatro stesso….. e soprattutto racchiudono una folle carica di anarchica ribellione ad ogni tentativo di formalizzare rigidamente il rapporto uomo/Dio.

“… La mistica oscilla fra la passione dell’estasi e l’orrore del vuoto. Entrambi presuppongono un’ ardua volontà di fare tabula rasa… Una coscienza spossessata di tutte le immagini è la condizione indispensabile dello stato di estasi e dell’ esperienza del vuoto. Non si vede più niente all’infuori del niente, e questo niente è tutto… L’estasi è una presenza totale priva di oggetto, un vuoto pieno. Un brivido che attraversa il nulla…” scrive ancora Cioran in ” Lacrime e Santi”.

Ed il suo amaro nichilismo ci ha sempre affiancato durante tutto l’allestimento di Visio Gloriosa, che vogliamo prefigurare innanzitutto come “esperienza”, sia per gli attori, che per gli spettatori stessi, al di là delle logiche classiche della spettacolarizzazione teatrale: un caleidoscopio di VISIONI/APPARIZIONI deliranti adagiate su un tappeto sonoro/vocale diffuso, dirompente.

Un evento multilingue: italiano, inglese, francese, tedesco, serbo e latino… dove come in tutti i nostri lavori l’intermediazione elettronica del suono si fa opera di capillare articolazione e meticolosità. Contributi sonori di lotte e rivolte, di proteste e manifestazioni politiche, di guerre e marce trionfanti: un mondo esplodente ed irrequieto a confronto con l’irrequietezza interiore delle mistiche che nella clausura delle loro celle hanno a loro modo inscenato rivoluzioni!

Visio Gloriosa si colloca infatti in perfetta continuità con tutto il lavoro svolto sino ad ora: dalla dimensione ” mitica” a quella “mistica”, attraverso una riflessione che viene filtrata dall’esperienza della VISIONE, al di là dello specchio, o dentro lo specchio.

Dallo sguardo di Orfeo proteso oltre, che cerca la sfida ed il superamento della morte stessa, per poi rivolgersi indietro… allo SGUARDO INTERIORE, RIFLESSO, di contemplazione e ripiegamento mistico. … E’ quasi una circolarità dello sguardo!

“…e l’anima che ha perduto se stessa è finalmente senza se stessa, allora soltanto è di se stessa, niente conosce e tutto conosce, non sopporta nessun amore per amore dell’amore, Libero Spirito, che è ovunque perché non è di nessun luogo…”
Margherita Porete

©Enrico Fedrigoli

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