© Cosimo Trimboli
Frankenstein_diptych
(love story + history of hate)
Frankenstein_diptych non si limita a rievocare un mito letterario, ma lo rilancia come specchio politico della contemporaneità: cosa accade quando non troviamo ascolto e quando l’alterità viene percepita come minaccia e non come possibilità? Il progetto affronta le dinamiche di vulnerabilità e rigetto portando in scena un’opera che è allo stesso tempo riflessione critica e immersione poetica.
In Frankenstein (a love story) 2023, prima parte dello spettacolo, ci si addentra nella solitudine abissale di Mary Shelley e delle sue creature: corpi ibridi, marginali, inquieti, alla ricerca di amore e di relazioni che si rivelano impossibili, affetti non normati, riconoscimenti mai concessi. Qui Motus esplora il confine fragile tra umano e non-umano, tra cura e abbandono, tra desiderio e paura, attraverso i tre personaggi in scena: la creatrice, il creatore e la creatura che sono simbioticamente una sola figura.
Frankenstein (history of hate) 2025, è il contraccolpo, la conseguenza del rifiuto, dell’incapacità della società di gestire la relazione con l’altro: è ciò che accade quando l’amore – negato e umiliato – si spezza, quando l’incontro fallisce e si trasforma in rigetto e rabbia. Qui la tenerezza implode, la benevolenza si deforma, e il mostro appare tra le fiamme, nel vuoto dell’ascolto, nella ferita della solitudine. Non è nato cattivo: è stato reso tale dalla sofferenza e dall’incomprensione, si è trasformato attraverso lo sguardo altrui.
Frankenstein_diptych (love story + history of hate) è un’indagine politica e viscerale: il mostro non nasce, ma viene fatto nascere da una comunità incapace di riconoscerlo. In questo specchio oscuro si riflette l’attualità di un mondo che respinge, discrimina e produce nuove marginalità, mentre le creature di Motus continuano a cercare, ostinatamente, un posto nel mondo, perché è sui confini che i mostri proliferano, tra i mondi.
Frankenstein (love story)
La notte in cui Mary Shelley sogna Frankenstein ad occhi aperti ricorda la notte in cui lo scienziato vaga raccogliendo frammenti di cadaveri, come la notte primitiva, dell’inizio del mondo.
Scenari di creazione, immaginazione mostruosa.
La natura è in tumulto. Nei paesaggi estremi, raggelati, dolorosi, due figure si inseguono, cercando ripari. Rabbia, amore, inquietudine, orrore, e ancora amore, amore, un eccesso di amore non corrisposto. «Non vedevo né sentivo parlare di nessuno simile a me» – come l’umano, unico della sua specie, anche la creatura è un unico. La solitudine radicale di una creatura inascoltata, intoccabile, che non trova nessun altr^ a cui parlare, che possa pronunciare il suo nome.
È sui confini che i mostri proliferano. Tra i mondi. E qui, tra le cuciture suturate di carni e pelli diverse, questo lavoro prova a stare.
Frankenstein (history of hate)
Un “film performato” dove i livelli narrativi si mescolano in maniera caleidoscopica e tutto è in stridente relazione con l’oggi.
Capitan Walton e la fantasmatica sorella Margaret/Mary – Walton/Wollstonecraft – Seville/ Shelley non abitano i ghiacci polari ma un pianeta arido e apocalittico, negli ultimi giorni della nostra malandata umanità, fra incendi boschivi, echi di guerre genocide e droni assassini. Un film estremo, drammatico e folle ambientato fra gli “ecomostri” calabresi e spiagge accecate dal sole. Protagonista di questo lavoro è anche il mare, che brilla all’alba e si incupisce al tramonto e risucchia, sputa, i corpi estenuati della creatura e il dottor Frankenstein nel loro disperato inseguimento. Una composizione che va ancor più ad amplificare il gioco di scatole cinesi con cui Mary W. Shelley ha raccontato la storia d’odio – e tenerezza radicale – della creatura, che “continuerà a esistere perché non ha mai vissuto”.
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“L’intuizione di MOTUS allora è che non sia indispensabile un segno distintivo per sentirsi outsiders. La creatura appare incappucciata, con grandi stivali, un casco da motociclista. È una maschera, un simbolo, un animale, un essere “anonimo” perché di tutti, un po’ come V in V per vendetta.
Ma nel mondo di Frankenstein, che è anche il nostro, nessuna rivoluzione appare possibile.
Sarà per questo che il mostro ha imparato l’autoironia, e non perde occasione di danzare. Il dolore e la gioia sono ciò che più di tutto viene chiesto di non esprimere, ma ormai ogni argine è stato infranto, la creatura si fa voce di entrambi.
E nonostante le sia vietato riprodursi, riconoscersi in questa genia è ancora possibile, ma solamente dietro a un vessillo nero, che sventola sulle coste calabresi. Siamo a Soverato, in provincia di Catanzaro, dove sono state realizzate le riprese della parte filmica di history of hate. Victor il creatore non muore al Polo Nord ma su una spiaggia, rievocando immagini di tragedie antiche e recenti di cui il Mediterraneo continua a essere testimone. Tomiwa Samson Segun Aina, uno degli attori su cui MOTUS ha scelto di puntare, tiene alta la bandiera e invoca la creatura. La sua presenza ci dice che nonostante l’odio e la violenza le passioni nascono, le persone si muovono, le estetiche si evolvono. Non si può fermare il vento, ma questo non basta, bisogna avere il coraggio di rimanere in movimento”.
(Testo di Lucrezia Ercolani commissionato da e realizzato per il Romaeuropa Festival 2025)